International Center for Contemporary Turkish Studies - ICCT

I confini della cittadinanza nel nuovo Medio Oriente

I confini della cittadinanza nel nuovo Medio Oriente
a cura di Barbara Airò e Massimo Zaccaria

thumbsIl discorso sulla cittadinanza in Medio Oriente, inizialmente centrato sulle questioni relative alla società civile, le relazioni di genere e le minoranze, ha assunto, a partire dalla fine degli anni Novanta del XX secolo, una fisionomia sempre più organica e articolata. Le rivolte arabe hanno profondamente mutato gli equilibri politici e sociali della regione mediorientale e nordafricana proponendo una nuova idea di cittadinanza.
Se le rivolte arabe hanno costituito un momento fondamentale, non deve però essere dimenticato che la complessità e la ricchezza del tema cittadinanza impongono approcci teorici e analisi capaci di mettere ugualmente in luce come altri fattori contribuiscano a definirne il concetto. Soffermarsi sulla dimensione storica consente, ad esempio, di inquadrare con maggiore precisione i contorni di una questione con cui il mondo islamico si è confrontato sin dalle origini, ma devono anche essere considerate le trasformazioni legate al processo di globalizzazione e, in modo particolare, alla mobilità umana che chiama in causa il concetto di diritti umani, cittadinanza e partecipazione politica, non solo delle persone che si mettono in movimento, ma anche delle realtà che vengono attraversate.

Last Updated on Friday, 07 August 2015 10:55

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L’eredità di Gezi Park e il riscatto delle minoranze: l’altro volto della Turchia

L'articolo è tratto da "Mentepolitica.it", http://www.mentepolitica.it/articolo/la-altro-volto-della-turchia/536
Scritto da Carola Cerami, 27 giugno 2015.

 

gezi park

“Con questo voto hanno vinto coloro che stanno dalla parte della giustizia, della libertà, della pace e dell’indipendenza. Curdi, armeni, turchi, sunniti, cristiani, hanno vinto tutti coloro che si sono sentiti esclusi. Hanno vinto gli emarginati, i disoccupati, e tutti coloro che hanno dovuto soffrire per vivere. E’ anche una vittoria per le donne che hanno sostenuto il nostro partito. Oggi ha vinto la democrazia. Una nuova pagina si sta scrivendo nella Storia del nostro Paese”.

Con queste parole il giovane e carismatico leader del nuovo Partito Democratico dei Popoli (HPD), Selahattin Demirtaş, festeggia il successo del suo partito alle elezioni politiche del 7 giugno. L’HPD entra così in parlamento per la prima volta con il 13% dei voti, superando la soglia di sbarramento (10%) e guadagnando 80 seggi. La vera novità è che il Partito Democratico dei Popoli è un partito con una forte matrice curda, sebbene esso si presenti come un partito di sinistra turco, pluralista e aperto a tutte le minoranze etniche, religiose e civili. Demirtaş, 42 anni, avvocato per i diritti umani, fondatore di Amnesty International a Diyarbakir (città curda a sud-est della Turchia, diventata il simbolo della vittoria dell’HPD), ecologista, impegnato per i diritti civili degli omosessuali, ha saputo conciliare le esigenze del popolo curdo che chiede parità culturale, uguale cittadinanza e poteri di autogoverno con la necessità di mantenere salde le credenziali di un partito di cambiamento nazionale. Demirtaş ha agito laddove Erdoğan ha fallito: ha fiutato e intercettato la necessità di cambiamento, di pluralismo e di rinegoziazione sociale di una parte della società civile turca. Ha cercato il sostegno delle organizzazioni legate ai diritti umani e alla libertà di espressione, ha assegnato alle donne un ruolo centrale e prioritario, ha inserito fra i candidati appartenenti a varie minoranze religiose e ha dato rappresentanza e voce alle associazioni LGBT. Demirtaş ha anche ascoltato la voce delle nuove generazioni e ha accolto la preziosa eredità e le istanze provenienti dal movimento di protesta pubblica e di resistenza civile di Gezi Park del maggio - giugno 2013. Considerato dai tradizionali partiti politici e da alcuni studiosi un movimento di protesta minoritario giovanile, è stato erroneamente sottovalutato. La sociologa Nilüfer Göle ci ricorda che nelle democrazie mature non si dovrebbe mai trascurare l’importanza e il potere trasformativo delle minoranze attive. Demirtaş ha colto la portata innovativa del movimento e la richiesta proveniente dalle giovani generazioni di un nuovo e ancora inesplorato paradigma di convivenza sociale in grado di superare la polarizzazione della società turca fra il tradizionale autoritarismo kemalista da una parte e il più recente autoritarismo paternalistico islamico dall’altra.

Ricordiamo che il movimento di Gezi Park formato inizialmente soprattutto da studenti, ambientalisti, sindacati, esponenti della sinistra, laici e curdi, è poi cresciuto per ampiezza ed eterogeneità e ad esso sono affluiti gruppi e associazioni di diversa appartenenza politica e religiosa. Si è trattato soprattutto di giovani fra i 19 e i 30 anni, la cosiddetta “generazione Y” nata fra la metà degli anni Ottanta e degli anni Novanta. Una nuova generazione informata e moderna, che ha cominciato ad avviare innovative richieste di pluralismo e di partecipazione sociale, e ha rilanciato la ricerca di una democrazia partecipativa e matura, capace di accogliere le diversità, le minoranze, la libertà di stampa e di espressione, il rispetto degli spazi pubblici e delle libertà individuali. Il movimento di Gezi Park non era però convogliato in alcun partito politico e non aveva trovato espressione nello scenario politico turco, esso sembrava essere espressione di una nuova aspirazione di “convivenza sociale” che la politica non era ancora in grado di affrontare. Sembrava dunque che tale protesta non fosse riuscita ad incanalarsi in alcun progetto politico di rilievo e fosse andata politicamente dispersa. Demirtaş ha invece fatto tesoro di questa eredità, e rilanciando il suo partito in termini nazionali e non soltanto filo-curdi, è stato in grado di attrarre i voti della “generazione Y”, ottenendo l’appoggio di molti giovani che votavano per la prima volta. Ma hanno votato per l’HDP anche molti laici, progressisti e liberali turchi insoddisfatti della poco incisiva opposizione dei social democratici del Partito Popolare Repubblicano (CHP).

Nell’analisi della vittoria di Demirtaş non possiamo trascurare il ruolo fondamentale del popolo curdo e gli errori compiuti da Erdoğan sul fronte siriano. Erdoğan ha sottovalutato l’ascesa dei curdi e anche durante l’assedio di Kobane ha mostrato un atteggiamento ambiguo e fallimentare. Così l’AKP ha perso metà dei deputati nelle provincie ai confini con la Siria ed è scomparso nelle zone curde. Il partito di Erdoğan, pur ottenendo il 40, 9 % (258 seggi) perde la maggioranza assoluta di 276 seggi e arretra di quasi 10 punti. Il progetto di Erdoğan di modificare la costituzione e insediare una repubblica presidenziale si è interrotto, mentre i curdi sono per la prima volta rappresentati da un partito e vivono il loro riscatto politico. Dalle urne esce dunque sconfitto il progetto di repubblica presidenziale, inoltre subisce una battuta d’arresto il tentativo dell’AKP di monopolizzare il potere amministrativo e burocratico e i punti nodali dello Stato. Come scrive lo studioso turco Ziya Öniş, la “nuova Turchia post Kemalista” di Erdoğan, nell’ultima fase di governo dell’AKP, si è indirizzata verso una forma di “democrazia illiberale” nella quale sebbene esistano le istituzioni formali della democrazia, tuttavia esse sono guidate da una maggioranza che tenta di monopolizzare il potere e restringere gli spazi del resto della società in un contesto politico di forte disuguaglianza. Il voto del 7 giugno ha espresso il forte disagio di una parte della società civile turca verso tali pratiche. Così, come avevamo anticipato sulle pagine di questo giornale un anno fa, la “nuova Turchia” di Erdoğan, proclamata subito dopo le elezioni presidenziali del 2014, ha ormai ben pochi elementi di novità. Al contrario, il volto della “nuova Turchia” si trova nella rivincita delle minoranze, nella creatività e modernità di una nuova generazione turca e più in generale, nella ricerca costante di una parte della società civile di negoziare e ripensare le norme e le convenzioni esistenti. Le elezioni politiche turche hanno costituito un sussulto di vitalità per la democrazia turca. La parte più progressista e liberale della società civile turca è guardiana vigile, attenta e non sottomessa del destino del proprio paese.

Last Updated on Tuesday, 14 July 2015 15:10

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Creatività e dissenso nel XXI secolo. L’arte violata della ribellione.

L'articolo è tratto da "Mentepolitica.it" http://www.mentepolitica.it/articolo/la-arte-violata-della-ribellione/435

Scritto da Carola Cerami, 2 marzo 2015.

 

 

albert camus  luomo in rivoltaNel 1951 Albert Camus nel saggio "L'uomo in rivolta" scriveva: "La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene il giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di essa".

L'11 settembre del 2014 usciva negli schermi italiani, "Everyday rebellion" dei fratelli iraniani Arman e Aras Riahi: un documentario che celebra il potere e la ricchezza delle forme creative di protesta non violenta e di disobbedienza civile. I fratelli Riahi ci conducono tra gli indignados di Madrid; le Femen di Kiev, Parigi e Stoccolma; gli attivisti di Occupy Wall Street a New York; i giovani del movimento verde a Teheran; le prime manifestazioni di dissenso dei siriani contro il regime di Bashar Al-Assad; gli egiziani di Piazza Tahrir; le proteste di Gezi Park in Turchia e altri ancora. Il filo conduttore fra movimenti di protesta così eterogenei è la creatività, l'espressione artistica del dissenso, la libera rappresentazione estetica e visiva della ribellione. Essa può esprimersi in tecniche creative non violente, dalla marea di palline colorate fatte scivolare lungo le strade di Damasco, alle pentole rumorose di Istanbul, ai corpi nudi di Kiev, o più di recente, agli ombrelli colorati di Hong Kong, ma in senso più ampio queste manifestazioni di dissenso coinvolgono l'espressione artistica e creativa dell'essere umano.

In tale contesto gli spazi pubblici reali e virtuali hanno acquistato una nuova centralità: la piazza diventa il luogo reale nel quale manifestare, con la propria fisicità; i social network diventano i luoghi virtuali di protesta e di dissenso. La piazza fornisce un palcoscenico per l'interazione, l'improvvisazione e la creatività, una scena artistica per la visualizzazione dello spazio pubblico aperto a tutti. L'ironia, il sarcasmo e la satira propongono spesso nuovi strumenti per allargare il consenso. La dimensione musicale, la danza, la pittura, l'espressione artistica del proprio corpo, danno il senso della partecipazione attiva e dell'energia creativa. I cittadini che in questi anni del nuovo secolo sono scesi in piazza, hanno tracciato un segno nella memoria collettiva, nell'evoluzione dell'immaginario sociale, ma anche nella rappresentazione estetica della ribellione, perché l'esigenza della rivolta può essere anche, in parte, un'esigenza estetica. L'arte infatti può contribuire alla costruzione di nuove soggettività, può rendere visibile nel dissenso ciò che il consenso tende ad oscurare e cancellare. Così, ad esempio, la tredicesima Biennale di Istanbul, del 2013, si presentava con un titolo originale e provocatorio "Mom, Am I Barbarian? – Mamma, io sono un barbaro?" e proponeva uno sguardo particolare sugli eventi di Piazza Taksim, offrendo una lettura innovativa sul rapporto fra arte, spazi pubblici e dissenso. Il termine "barbaro", nella sua accezione più positiva, secondo la curatrice della mostra, può infatti rappresentare il desiderio di andare oltre le formule già esistenti, oltre il già noto, in una condizione di cambiamento, di innovazione e di sperimentazione. I manifestanti di Piazza Taksim erano in tal senso i nuovi "barbari-cittadini", nel desiderio di non uniformarsi all'ideologia dominante, di andare oltre le formule già esistenti, aprendo la dimensione pubblica al confronto, alla libera espressione della creatività, al pluralismo delle idee e quindi alla sperimentazione verso la ricerca di un nuovo patto sociale.

Le rivolte del XXI secolo hanno creato una propria misura estetica e visiva, e in questo si è ritrovata una sorta di genialità creativa capace di sprigionare una forza dirompente in termini di partecipazione pubblica e collettiva e al tempo stesso di libera espressione dell'essenza dell'individuo, del cittadino, dell'artista, dell'essere umano. E ancora Camus ci ricorda che creazione e rivoluzione investono la rinascita di una civiltà. Le rivolte che hanno caratterizzato l'inizio del XXI secolo, al di là delle particolari motivazioni politiche, economiche o sociali di ciascuna di esse e al di là del loro successo o insuccesso immediato, di fatto sono comunque espressione di "civiltà". In esse l'essere umano come membro di una collettività, ha scelto la piazza reale e virtuale, come luogo del dissenso e del confronto, in quel complesso "caos creativo" che Ralf Dahrendorf indicava come il terreno più fertile per coltivare il dubbio e ricercare infiniti futuri possibili.

Eppure la visualizzazione estetica della ribellione che ha attraversato il mondo negli ultimi anni, oggi sembra quasi taciuta, violata, travolta dall'orrore, dalla violenza estrema, dal terrore distruttivo del fondamentalismo. La distruzione di statue, di antichi oggetti e di preziosi manoscritti nel museo e nella biblioteca di Mosul in Iraq; la devastazione del sito di Nimrud e dei resti della città di Ninive, antica capitale dell'Impero assiro; l'attacco alla rivista Charlie Hebdo nel cuore di Parigi, fino al recente attentato al museo del Bardo a Tunisi, hanno avuto un preciso obiettivo: mortificare, umiliare e limitare la più grande espressione di libertà dell'essere umano ossia il genio creativo. Il delirio oscurantista e distruttivo del fanatismo jihadista è riuscito negli ultimi mesi a farci quasi dimenticare i segni tracciati nella memoria collettiva dalla vitalità creativa dei movimenti di protesta e di dissenso, considerati in taluni casi responsabili di aver indebolito le strutture sociali e di aver agevolato di conseguenza la diffusione del fondamentalismo. Indubbiamente i movimenti di protesta, soprattutto nel caso delle cosiddette "Primavere arabe", hanno aperto delle fasi complesse di transizione, ma in tali percorsi collettivi vi è la storia di un'intera regione, quella mediorientale e mediterranea, che deve trovare una propria rinnovata dimensione storico – politica, anche attraverso il dissenso che è appunto espressione di civiltà. Al contrario non esiste civiltà nella negazione e nella distruzione.

Per queste ragioni il più grande nemico del fondamentalismo e del dogmatismo distruttivo è il genio creativo, la libera espressione della creatività, la forma più alta di civiltà dell'essere umano, capace di creare e generare. Lo scontro in atto non è soltanto religioso, politico o culturale, esso è ancora più profondo perché è uno scontro sul senso della vita, o meglio, è uno scontro fra la ricerca della morte, come esaltazione della vita, e la difesa della vita, come tale, nella sua complessità e bellezza.

Last Updated on Tuesday, 14 July 2015 14:59

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La Turchia e l’eredità controversa della “Grande Guerra”

L'articolo è tratto da Mentepolitica http://www.mentepolitica.it/articolo/la-turchia-e-la-eredit-controversa-della-a-oegrande-guerraa/480

Scritto da Carola Cerami, 12 maggio 2015

eugene rogan  the fall of the ottomansLo storico britannico Eugene Rogan nel suo ultimo libro, "The Fall of the Ottomans. The Great War in the Middle East, 1914 – 1920", pubblicato nel febbraio 2015, afferma che nel Medio Oriente, più che in ogni altra parte del mondo, l'eredità della grande guerra continua a farsi sentire fino ai nostri giorni. L'effetto della prima guerra mondiale in Medio Oriente è stato epocale. La caduta dell'Impero Ottomano, il crollo di un ordine che aveva definito gran parte della regione per secoli, la successiva spartizione dell'area mediorientale fra i vincitori della grande guerra, sono all'origine del Medio Oriente contemporaneo.
Rogan nell'introduzione del suo libro invita a riflettere sull'importanza di approfondire la comprensione della storia del "fronte ottomano", per dare ad essa la giusta collocazione nella storia della grande guerra e del moderno Medio Oriente. Dopo un secolo di ricerche noi abbiamo una visione, più o meno completa, del lato occidentale della trincea, ma siamo soltanto agli inizi nella comprensione del lato ottomano. Negli ultimi tempi però una nuova storiografia sta emergendo: alcuni studiosi turchi e occidentali hanno avuto accesso a collezioni inedite di documenti e le prime pubblicazioni pongono maggiore attenzione sulla esperienza ottomana della grande guerra. Il lavoro di Rogan è attento a non trascurare tale dimensione storiografica.
Va detto comunque che la Repubblica turca, nata nel 1923, ha sempre avuto un rapporto problematico con la grande guerra, ancora oggi non del tutto risolto. La storiografia ufficiale turca si è concentrata sulla nascita della Repubblica, sull'esperienza kemalista e sulla guerra "d'indipendenza", mentre la ricostruzione storiografica degli ultimi anni dell'Impero ottomano, ha incontrato diversi ostacoli: la difficoltà di accedere alla documentazione d'archivio; il tabù armeno che bloccava l'indagine sulla prima guerra mondiale e infine la costruzione di una storia nazionale militante e nazionalista turca.
Queste considerazioni costituiscono una premessa necessaria per comprendere gli eventi delle ultime settimane, che hanno portato alla visibilità internazionale e mediatica questioni tradizionalmente riservate agli storici. In particolare: il richiamo ufficiale di Papa Bergoglio al riconoscimento del genocidio armeno; la conseguente reazione del governo turco e il ritiro dell'ambasciatore turco in Vaticano; il successivo richiamo del Parlamento Europeo e infine lo "scontro delle commemorazioni" (lo stesso giorno il 24 Aprile, in occasione rispettivamente del centenario del genocidio armeno e del centenario della battaglia di Gallipoli). Tutti questi episodi sono una ulteriore conferma di quanto complessa sia ancora l'eredità della grande guerra e il percorso verso una completa e matura elaborazione storica.
La questione armena costituisce uno dei temi più dolorosi e controversi della storia contemporanea turca. Sebbene il termine "genocidio" sia ancora oggetto di un acceso dibattito nell'analisi della questione armena, vi è una sostanziale convergenza fra gli storici nel ritenere lo sterminio degli armeni, realizzato nel corso del 1915, il primo genocidio pianificato dell'età contemporanea. La questione tuttavia resta spinosa per tutta la comunità internazionale. I paesi ad aver riconosciuto ufficialmente il genocidio sono venti, lo ha fatto anche il Parlamento europeo già nel 1987, ma tanti continuano a non volersi schierare contro Ankara.
Una onesta riflessione sulla storia della prima guerra mondiale costituirebbe una prova di maturità anche per il percorso attuale della Turchia contemporanea, significherebbe mostrare la capacità di aver elaborato in maniera coraggiosa e compiuta il proprio passato. Solo attraverso tale esercizio sarà possibile raggiungere un "modus vivendi" con le minoranze all'interno dei suoi confini, e di offrire un esempio incoraggiante in una regione lacerata da conflitti settari. La comunità internazionale ha il compito di alimentare e incoraggiare tale percorso, tuttavia per essere davvero consapevole esso deve generarsi all'interno della società e della politica turca. Soltanto una convinta e profonda elaborazione della propria storia permetterà alla Turchia di compiere un passo decisivo verso una compiuta democrazia. Il centenario della grande guerra avrebbe potuto costituire una grande opportunità per una riflessione comune sulla verità storica, nell'interesse dei turchi e degli armeni, ma la provocatoria organizzazione della contro-commemorazione dei cento anni della campagna di Gallipoli, lo stesso giorno della commemorazione del genocidio armeno, fa pensare ancora ad una occasione mancata.
La Turchia si prepara alle elezioni politiche del 7 giugno, Erdogan cerca di tenere alto l'interesse dell'elettorato nazionalista e spera di conquistare la maggioranza dei due terzi per modificare la Costituzione in senso presidenziale. Dal punto di vista economico il Presidente turco aspira a far diventare la Turchia la decima potenza economica entro il 2023, l'anno del centenario della fondazione della repubblica turca. Così gli obiettivi di potere immediati sembrano prioritari.
Eppure mai come in questo momento sarebbero necessarie nell'area mediorientale politiche innovative e illuminate a salvaguardia delle popolazioni dell'intera regione. Anche da questo punto di vista una maggiore comprensione degli eventi della prima guerra mondiale sarebbe estremamente utile. L'impatto della grande guerra sulla vita sociale di tutta la regione è stato enorme, il senso del collasso sociale è stato devastante e spesso sottovalutato. Così anche oggi il Medio oriente è il teatro di una emergenza umanitaria senza precedenti, con migrazioni di popolazioni costrette a fuggire e a lasciare i propri territori per sempre.
In tal senso il lavoro di Eugene Rogan, ha il merito di spingere tutti noi e non soltanto i turchi a una più completa riflessione sulle responsabilità e sulle conseguenze della prima guerra mondiale nell'intera regione mediorientale: "se le potenze europee avessero avuto tra le proprie priorità la costruzione di un Medio Oriente stabile, non si può fare a meno di pensare che avrebbero agito nella suddivisione dei confini in maniera diversa e forse più responsabile".
Un secolo dopo, i confini del Medio Oriente rimangono controversi e problematici e la "questione armena" non è ancora risolta. Una riflessione complessiva sulle responsabilità della grande guerra non può escludere noi europei.

 

Last Updated on Monday, 25 May 2015 12:53

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Turchia e Santa Sede

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L'articolo è tratto da "Mentepolitica.it": http://www.mentepolitica.it/articolo/la-a-oetrasversalit-dialogantea-di-papa-francesco-nella-crisi-mediorientale/295

Scritto da Carola Cerami, 2 Dicembre 2014.

 

Turchia e Santa Sede. La "trasversalità dialogante" di Papa Francesco nella crisi mediorientale

Il viaggio apostolico di Papa Francesco, svoltosi in Turchia dal 28 al 30 Novembre 2014, è stato preceduto da un importante vertice sul Medio Oriente, convocato dallo stesso pontefice in Vaticano dal 2 al 4 Ottobre. All’incontro hanno partecipato i Nunzi Apostolici del Medio Oriente, i rappresentati della Santa Sede presso le Nazioni Unite a New York e Ginevra, il nunzio apostolico presso l’Unione Europea e i Vertici della Curia Romana. L’incontro aveva come tema “La presenza dei Cristiani in Medio Oriente” e come obiettivo principale uno scambio di informazioni utili per una visione complessiva dell’intera situazione nella regione mediorientale.

Nel comunicato conclusivo dell’incontro, oltre all’urgenza di garantire assistenza umanitaria alle popolazioni della regione, emerse la forte preoccupazione rappresentata dalla minaccia dell’ISIS e dai gruppi estremisti e fondamentalisti. “Grave preoccupazione – si legge nel documento- desta l’operato di alcuni gruppi estremisti, in particolare del cosiddetto “Stato Islamico” le cui violenze e abusi non possono lasciare indifferenti. Non si può tacere, né la comunità internazionale può rimanere inerte, di fronte al massacro di persone soltanto a causa della loro appartenenza religiosa ed etnica, di fronte alla decapitazione e crocifissione di essere umani nelle piazze pubbliche, di fronte all’esodo di migliaia di persone, alla distruzione dei luoghi di culto”. In tale contesto il documento ribadisce la necessità di proteggere le minoranze religiose cristiane e tutelare la libertà di religione e di espressione.

E’ in questo scenario che si inserisce il sesto viaggio internazionale di Papa Bergoglio in Turchia.

Gli obiettivi centrali di questo viaggio si possono riassumere in tre aspetti prioritari: maggiore protezione per i Cristiani in Medio Oriente e difesa della libertà di espressione e religione; promozione del dialogo interreligioso e interculturale e contrapposizione al fondamentalismo; infine, il rafforzamento del dialogo ecumenico fra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Ortodossa. Quest’ultimo aspetto è di grande rilevanza per le due Chiese e la decisione di Papa Francesco di recarsi in Turchia in occasione della festa di Sant’Andrea (festa patronale della Chiesa ortodossa) parte proprio dall’invito del patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I.

La visita di Papa Francesco si inserisce nella tradizione dei rapporti fra la Repubblica Turca e la Santa Sede. All’origine di tale percorso fu determinante il ruolo del delegato apostolico Angelo Roncalli, poi divenuto Papa Giovanni XXIII. Roncalli fu trasferito ad Istanbul come delegato apostolico per la Turchia e la Grecia nel 1934 e vi rimase fino al 1944. Durante i 10 anni trascorsi a Istanbul, Roncalli riuscì a creare con gli ambienti governativi turchi un’atmosfera di amicizia verso la Santa Sede, che si consolidò sotto il suo pontificato. Questo rapporto si rafforzò ancor più quando il presidente turco Celal Bayar si recò in visita dal nuovo Papa Giovanni XXIII l’11 giugno 1959 e insieme decisero di istituire delle rappresentanze ufficiali a partire dal gennaio 1961. La prima visita ufficiale in Turchia è stata quella di Papa Paolo VI (25 e 26 luglio del 1967), quindi quella di Giovanni Paolo II (28 al 30 Novembre del 1979) e infine quella di Benedetto XVI (28-30 Novembre 2006) segnate rispettivamente dagli incontri con i Patriarchi costantinopolitani Atenagora, Demetrio e Bartolomeo.

I tre obiettivi della visita di Papa Francesco in Turchia, sono individuabili in tre momenti, ciascuno caratterizzato da simboli, gesti e ritualità. Il primo momento è quello istituzionale. Comincia ad Ankara con la visita al Mausoleo che custodisce le spoglie di Mustafa Kemal Ataturk (fondatore e padre della moderna Turchia), continua poi nel nuovo palazzo presidenziale con il presidente Erdogan, il primo ministro Davutoglu e le altre autorità politiche. Il discorso di Papa Francesco nell’incontro con le autorità turche pone l’accento sulla crisi mediorientale e sottolinea il ruolo e la “grande responsabilità” della Turchia negli equilibri regionali. Il punto centrale del suo discorso è l’importanza della libertà religiosa e la necessità di contrapporsi senza riserve al fondamentalismo e al terrorismo. Il messaggio ad Erdogan è forte e chiaro.

Il secondo momento è costituito dalla visita al Presidente degli Affari Religiosi al Diyanet. Qui il tema principale è il dialogo interreligioso e interculturale. Papa Francesco ribadisce l’importanza del ruolo dei leader religiosi, cristiani e musulmani, e l’urgenza della collaborazione per favorire il dialogo e l’educazione alla reciproca comprensione, denunciando la strumentalizzazione della religione per giustificare la violenza.

Il terzo momento è l’incontro con il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I. Papa Francesco entra nel solco dei suoi predecessori e fa dell’Ecumenismo una delle priorità del suo pontificato, ma i suoi gesti, oltre che le sue parole, sembrano superare il dialogo teologico e dare una rinnovata spinta al cammino di riconciliazione fra cattolici e ortodossi. In particolare appaiono dense di significato le seguenti parole “…il ristabilimento della piena comunione (fra le due Chiese), non significa né sottomissione l’uno dell’altro, né assorbimento, ma piuttosto accoglienza…”, riuscendo in tal modo a creare le condizioni per il superamento di quel “primato petrino” (del vescovo di Roma) considerato uno dei maggiori ostacoli teologici alla riconciliazione. Il capo chino verso Bartolomeo I sembra imprimere, con un gesto dal forte valore simbolico, il senso delle parole. In un momento di forti difficoltà per i Cristiani in Medioriente, rafforzare l’unione delle due Chiese cristiane, quella cattolica e quella ortodossa, sembra un’urgenza non più rinviabile.

Il concetto di “trasversalità dialogante”, offerto da Papa Francesco nel suo discorso a Strasburgo, al Consiglio d’Europa, il 25 novembre, è dunque riproposto anche per la crisi mediorientale e appare vitale per la sopravvivenza dei Cristiani in quell’area regionale. La difesa del Cristianesimo oggi richiede il dialogo con l’“altro” e la capacità di rinnovare la propria identità. Secondo Bergoglio: “La storia oggi chiede la capacità di uscire per l’incontro dalle strutture che “contengono” la propria identità al fine di renderla più forte e più feconda nel confronto fraterno della trasversalità”.

La Chiesa Cattolica oggi, nella difesa della propria identità, appare vigile ai segnali di un mondo in profonda trasformazione e sembra offrire elementi di rinnovata vitalità: da Lampedusa a Gerusalemme, da Rio de Janeiro alla Corea, dal cuore dell’Europa fino ad Istanbul.

Last Updated on Thursday, 04 December 2014 09:28

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